Jac99, article

Jac99 (1992)
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1992. Casa Editrice Nerbini. 15.000 Liras. 116 pgs. B&W and color.

Benito Jacovitti Il salame trasgressivo

By Leonardo Gori & Andrea Sani

Gli inverni, a Termoli, erano piovosi e tristi, specialmente negli ultimi anni ’20. Jacovitti non aveva ancora dieci anni, non leggeva i fumetti, non conosceva Topolino, viveva in un’inconsapevolezza dorata con colori da favola. Ancora oggi, parlando della sua infanzia abruzzese, alza i robusti sopraccigli con un’aria perplessa, quasi raccontasse i ricordi di un altro. Benito Jacovitti, nato a Termoli il 9 marzo 1923, futuro autore di una saga surrealista fra le maggiori del fumetto di ogni tempo e di ogni paese, non aveva ancora dieci anni e già disegnava. Lo faceva sui lastroni di pietra bianca dele strade cittadine: ogni pietra un disegno, un racconto per immagini che aveva una piazza per inizio e un cortile per fine. Storie più effimere dei già effimeri fumetti stampati…

Gli inverni termolesi, racconta Jacovitti, erano ancora più freddi perché senza il conforto dei colorati giornalini. I fumetti, quelli mitici del primo dopoguerra, li scoprì più tardi, a Macerata, quando vi si trasferì nel 1930. I comics lo colsero nella sonnolenta cittadina marchigiana proponenclogli un mondo nuovo e aperto ad ogni possibile sperimentazione.. Nel 1938, sul preziosissimo Paperino di Mondadori, giornale popolare per eccellenza (venti centesimi, duecento lire d’oggi), apparvero le avventure di un forzuto marinaio, dichiaratamente e inequivocabilmente orbo. La quintessenza del «pupazzettismo», un universo compiuto e autosufficiente, alternativo a quello disneyano, con mille stimolanti trovate tematiche e figurative. Jacovitti, alla fine, raccolse consapevolemte un’ispirazione diretta: infatti strutturò un immaginario personale che aveva come immediato punto di riferimento il Braccio di Ferro di Elzie Crisler Segar. Tanto che sentì il bisogno di firmare anche lui le tavole con un geroglifico, che richiamasse il mitico sigaro del grande cartoonist. Pensò ad una lisca di pesce, traduzione in immagine del nomignolo che gli avevano affibbiato gli amici.

Se si guardano le tavole dello Jacovitti maturo, si direbbe che tra le sue «fonti» figurative vi sia anche Attilio Mussino, il padre di Bilbolbul, apparso sulle pagine del vecchio «Corriere dei Piccoli». L’italico negretto, nella regolare scansione dei suoi ottocenteschi quadretti commentati in versi, aveva il dono di incarnare realmente le metafore che questi ultimi proponevano con malandrina serietà pedagogica: a Bilbolbul, per la delusione, cadevano davvero le braccia; se correva a perdifiato spuntavano autentiche ali ai piedi e, quando si sacrificava per il vecchio padre, dal sudore della fronte gli uscivano, reali, i filoncini di pane della rivoltante metafora. Come Mussino, anche Jacovitti coltiverà per decenni questo ininterrotto delirio grafico: è la «visualizzazione della metafora», tecnica sovrana del mondo del fumetto, materializzazione di ogni più sfrenata e morbosa fantasia, di ogni stravolgimento strutturale. Perché chi ha battuto la testa, e vede quindi – metaforicamente – le stelle, nei comics umoristici mostra al lettore interi planetari. E chissà quante lampadine si saranno accese negli innumerevoli giornalini, alle idee luminose dei protagonisti: standard figurativi che ogni lettore accetta immediatamente, auree convenzioni di un linguaggio perfetto. Jacovitti, dagli anni ’50 sino ad oggi, giocherà freneticamente con questo meccanismo, esasperandolo in un’iperbole che ha forme e caratteri quasi allucinanti: inventerà simbologie figurative di tipo nuovo, che vanno al di là dei limiti consentiti anche al fumetto umoristico: nella saga di Cocco Bill, se un personaggio vuole «cucirsi la bocca» per non parlare, prende ago e filo e si imbastisce le labbra. Quando il Cocco lega dei banditi «come salarni», questi si trasformano davvero in insaccati pronti per l’affettatrice. E i ragazzotti impudenti, «con la faccia di bronzo», mostrano, nelle squillanti vignette in rotocalco del Giorno, le loro autentiche capocce di metallo.

Il riferimento a Mussino sembra dunque evidentissimo. Eppure Jacovitti nega di essersi ispirato è Bilbolbul. I fumetti con questo personaggio li avrebbe conosciuti più tardi, quando, ormai, aveva già elaborato la sua tecnica grafica. Secondo lui, il suo vero ispiratore è invece Walter Faccini, che pubblicava le sue storie sul Topolino giornale. Ed effettivamente, da Faccini, Jacovitti ha ripreso il gusto per l’assurdo e per le situazioni bizzarre (come sostiene nella nostra intervista).

Naturalmente, il primo fumetto disegnato e pubblicato di Jacovitti non ebbe niente a che vedere con quanto detto prima. Si trattò addirittura di un’epopea realistica, ambientata nel risorgimento, un albetto delle edizioni Taurinia di Milano, dal titolo L’eroe delle Cinque Giornate, del 1939. Un passo falso obbligatorio, anzi forse l’unico — un miracolo! – della sua lunghissima carriera. Dall’anno prima, comunque, il nostro autore collaborava a Firenze ad un oscuro settimanale umoristico, il Brivido, con vignette e vignettone. Franco Bellacci, collezionista scrupoloso e attentissimo, è riuscito recentemente ad annotare parecchie collaborazioni dell’ enfant prodige, tutte ricche di promesse poi mantenute. Comprese le primissime panoramiche, affollate già all’inverosimile da una congerie di ammiccanti, grotteschi personaggi. Sempre a Firenze, nel 1940 – racconta Jacovitti – un certo signor Paschetta del Vittorioso lo scovò in un oratorio alle prese con i rituali calci al regolamentare pallone. Così, lo stesso anno, il settimanale cattolico romano gli pubblicò Pippo e gli inglesi, capostipite sia delle avventure del personaggio titolare (al quale si affiancheranno in seguito Pertica e Palla), sia dell’epopea jacovittesca in genere. Al Vittorioso, l’universo di Jacovitti trovò via via ampia e robusta definizione, moltiplicò caratteri e figurazioni. Intrecci fittissimi (da feuilleton deriso, ma non sostanzialmente tradito) si dipanavano in interminabili puntate, articolati in quadretti di dimensioni inferiori a quelle canoniche dello standard fumettato. Un filo narrativo lunghissimo e privo di stacchi, concepito senza soggetti preliminari, senza nemmeno una vera sceneggiatura: a braccio. Trasgressione incredibile, questa, fra le tante di una luminosa carriera. Infatti il nostro autore prendeva sempre più gusto, prima con Pippo e amici, e poi con Cip e Zagar, e poi con tanti altri, a costruire una riscrittura – più che parodistica, piuttosto demolitoria – dei temi e dele tecniche da lui assorbite.

Nel 1957, l’epopea cambio di rotta, si rinnovò nei personaggi, nelle tematiche e nello spirito. Il Giorno di Mattei trasformò Jacovitti, un clericale convinto a metà, in un laico esplosivo e prolifico. La trasgressione accelerò il suo galoppo rivoluzionario e scombinatorio: non furono più solo i generi ad essere parodiati, ma anche, violentemente – e questa volta in modo esplicito – i codici più intimi e funzionali del comic in quanto tale. Titoli, riassunti, cartigli, si fecero sempre più strampalati e assurdi, derisori e profanatori dei meccanismi espressivi. A partire dalla prima storia con Cocco Bill, apparsa sul primo numero del Giorno dei ragazzi il 28 marzo 1957, divenne progressivamente scoperta l’ironia di Jacovitti sul rapporto fra parole immagine, che contraddistingueva i fumetti tradizionali. L’impari connubio fra «parlato» e «mostrato», in cui il disegno è forzatamente preponderante, era sempre stato sottoposto a norme rigide e universalmente accettate. La parola esprimeva un atteggiamento che le immagini non potevano rendere in tutte le sue implicazioni. Eppure le due componenti erano – e sono – collegate l’una all’altra in modo inestricabile: le bianche nuvolette e le figure colorate descrivono automaticamente, ma in modo complementare, la stessa vicenda. Jacovitti, sul Giorno dei ragazzi, scardinò tutta questa intelaiatura. Lo fece per gradi, certo, arrivando al rovesciamento finale solo all’epoca triste della chiusura del periodico. Ma una volta compiuta, la grande trasgressione formale permetteva la presentazione compiaciuta di tavole e vignette felicemente anomale: in cui, per esempio, mentre in un primo piano si svolgeva un determinato evento – una sparatoria fra Cocco Bill e i banditi… — sullo sfondo intervenivano trovate surreali apparentemente gratuite, senza alcuna relazione col testo o con lo sviluppo della storia.

Nel 1968, Jacovitti si trasferì in via Solferino, al borghesissimo Corriere dei Piccoli. Abbandonato temporaneamente Cocco Bill, perse ogni residua inibizione con Zorry Kid, eroe folle a cui la raffinata gabbia del pur glorioso settimanale andava forzatamente stretta. Intreccio e immagini venivano spesso separate: come innumerevoli segnali, si moltíplicavano nei quadretti i proverbiali oggetti e oggettini riempitivi. I salami, le ossa, i vermi, i pettini, i rocchetti, i dadi, i lapis, le dita, i piedi, le puntine da disegno. Segni autonomi, sufficienti, da soli, a sconquassare il realismo delle vignette, che potevano, così, essere goclute di per sé, indipendentemente dal significato dell’episodio che Jacovitti stava narrando. O fingeva di raccontare. L’autore ci ha spiegato la genesi delle sue trovate surreali (presenti tutt’ora nelle sue storíe), attribuendola all’horror vacui che lo prende di fronte agli spazi bianchi, che deve in qualche modo riempire. In altre parole, la ricchezza faraonica dei particolari visivi deriva da una vena grafica straripante che, per manifestarsi, va anche al di là delle esigenze comunicative del messaggio. Questa origine incontrollabile – e, volendo, incoscia – dei salami e delle ossa, ha spinto alcuni fumettologi a delle interpretazioni pscianalistiche: salsicce, lumache, piedi e compagnia bella, sarebbero dei simboli fallici abbastanza espliciti. Come, del resto, le pistole di Cocco Bill, che sparano in erezione.

Ma non è il caso di abusare delle chiavi freudiane. I mezzi salami affettati non è detto che rivelino il complesso di castrazione. E prepotente, invece, il riferimento alla fame atavica degli italiani, che anche Jacovitti ha sofferto personalmente. Patacca, protocroe misconosciuto del nostro autore, protagonista di una Caccia grossa quasi inedita del 1941, era, per l’appunto, un morto di fame, anche se in parodia. Se si vuole trovare il sesso nelle tavole di Jacovitti, cerchiamo laddove lo ha disegnato esplicitamente, cioè nelle illustrazioni del Kamasultra. Queste immagini acrobatiche sembrerebbero l’ultimo esempio dello spirito trasgressivo dell’autore: un’incursione nei territori proitibi dopo le varie censure del Vittorioso e anche del Giorno dei ragazzi. Ma, a guardar bene, il Kamasultra – e le vignette per Playboy – sono, in realtà, un cedimento alle mode dei nostri giorni, e non il frutto di una presa di posizione anticonformista. Il nostro autore ebbe più coraggio quando sbeffeggiò i lettori di Linus sul loro stesso giornale all’epoca di Gianni Peppe, con cui perla prima volta si cimentava in una storia dedicata ad un pubblico adulto.

Copyright © 2011 Heart-Attack-Series, Ink! 
Created: July 9, 2011. Last updated: October 6, 2019 at 15:41 pm

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