Jac99, interview

Jac99 (1992)
Jac99, interview

1992. Casa Editrice Nerbini. 15.000 Liras. 116 pgs. B&W and color.

La parola a Jacovitti 

By A cura di Luca Boscbi, Mauro Bruni, Leonardo Gori e Andrea Sani

Come hai cominciato a disegnare fumetti?

Quando avevo l’età di 5-6 anni, a Termoli, per la strada c’erano delle grandi pietre, per far passare i carri. E io, col carbone, ci disegnavo sopra, una vignetta dopo l’altra, per i miei compagni. Però, inizialmente, io disegnavo fumetti seri, realistici. Il mio primo racconto che è stato stampato in albo, nell’ottobre del ’39 dalla casa editrice Taurinia di Torino, si intitolava L’eroe delle cinque giornale. Pippo e gli inglesi, invece, l’ho pubblicato sul Vittorioso, nel 1940. Andò così: io giocavo a pallone in una parrocchia, quando arrivò da Roma un tizio, un certo Paschetta, che mi propose di collaborare al giornale romano. Paschetta aveva notato le panoramiche che disegnavo per i compagni di scuola: avevo realizzato Il carro di Tespi, una partita di calcio e cose del genere. Inoltre collaborava al Brivido, un giornale fiorentino. Lì sopra mi avevano stampato una panoramica dedicata al conflitto che era appena cominciato. A quei tempi l’Italia non era ancora entrata in guerra: era l’epoca della linea Maginot-Sigrifido. Io avevo disegnato una tavola proprio su questo episodio, dove si vedevano i tedeschi e i francesi che giocavano a pallone. Infatti si parlava allora di «guerra per burla», perché prima dellinverno del 1940 i due eserciti nemici facevano degli intervalli e giocavano a calcio veramente; poi, dopo la partita, riprendevano le cannonate. Dopo Pippo e gli inglesi disegnai Caccia Grana. 

Quali sono le fonti di ispirazione del tuo disegno? 

Da ragazzo, a Termoli, non mi ispiravo a nessuno, perché il mio era un paese sperduto del Molise, dove non arrivavano molti giornali a fumetti. A parte gli scarabocchi sulle pietre, all’inizio, più che disegni veri e propri realizzavo dei pupazzetti di carta, bambole di stoffa e giocattoli. Più tardi, quando sono andato a Macerata, ho cominciato a comprare albi di Nerbini e di Mondadori, L’Avventuroso, Topolino, ecc.. Comunque per le tavole disegnate sul Brivido, a Firenze, mi sono rifatto ad un disegnatore che mi piaceva molto, Walter Faccini. Qualche tempo fa ho parlato con la moglie di Faccini, ma lui non l’ho mai incontrato. E morto da parecchio tempo, e io ho riconosciuto il suo valore in diverse occasioni, tant’è vero che la moglie mi ha telefonato dalla Svizzera per ringraziarmi. Faccini, all’inizio, disegnava delle vignette un po’ assurde, con degli uomini con i capelli a quadretti e cose del genere. 

Quindi il tuo gusto per l’assurdo viene da Faccini? 

Sì, da lui e dai disegnatori americani che leggevo da giovane. In certi giornali del ’33, ’34, ’35, che riuscivo a trovare, mi piaceva la pagina domenicale, dove c’erano dei personaggi «matti» di autori che ora non ricordo. Mi viene in mente, poi, un giornale inglese con dei personaggi-animali, Tiger-Tim che può avermi influenzato. 

Tra gli autori americani di cui parli c’era anche Segar, quello di Braccio di Ferro? 

Senza dubbio, e d’altra parte anche Walter Faccini si rifaceva a Segar. Io da Segar ho ripreso i movimenti dei personaggi, il modo di dare i pugni, ecc. Ma mi sono ispirato anche ad un autore francese, Dobul, morto molti anni fa, che disegnava folle di gente al mare, guardie piccole piccole e donne grasse grasse, senza fumetti. Sempre tra americani, più recenti, mi piacciono anche Schulz e Walt Kelly. Pogo mi piace molto, lo sento vicino a me per tutto quelPaffollamento nelle vignette, tutto quel lavoro. Senza parlare del fatto che è un po’ satirico come lo sono anche le mie storie. Insomma i disegnatori che mi piacciono li immagino un po’ come me, persone che lavorano molto, non che tirano via per finire prima. B.C. o Wizard of Id infatti non li apprezzo sempre per come sono disegnati, mi sembra una forzatura disegnare delle storie medioevali o preistoriche con un tratto così moderno. 

Qual’è la tua tecnica di lavoro?

Quando comincio a realizzare un fumetto, all’inizio non so mai come andrà a finire la storia. I miei titoli, infatti, sono sempre generici, le avventure si chiamano Cocco Bill in Canadà, Cocco Bill in Alaska ecc. Non ho mai disegnato un Cocco Bill e la pietra filosofale, cioè un argomento preciso. Io ho sempre improvvisato, anche quando disegnavo un giallo o un poliziesco. 

Hai scritto qualche volta una sceneggiatura preliminare? 

Mai. Vado avanti senza una linea prestabilita. Non mi interessa la preparazione dell’intreccio. Mi piace, invece, creare delle pagine simmetriche, su quattro strisce, con vignette scanciite secondo un ordine preciso. Non amo i disegnatori che strutturano le pagine a casaccio, in modo irregolare. 

Scrivi le tue storie improvvisando; però ti documenti in qualche modo, per esempio per la storpiatura delle lingue straniere! 

Sì, per Cocco Bill consultavo dei librettini di francese, inglesc e tedesco… 

E di russo, perché ne Il cosacco Cocco Bill ci sono delle espressione maccheroniche che fanno morire dal ridere… 

E vero, ho copiato un po’ il ciríllico, scrivendo smiert, dasvidanie, ecc. 

È incredibile che tu non abbia scritto le sceneggiature nemmeno per le sue prime storie del Vittorioso immediatamente successive a Pippo e gli inglesi, che sono intricatissime. Mi piacciono molto queste avventure, specialmente Pippo e il dittatore, la parodia di Hitler. 

Ah, questa storia l’ho disegnata quando ero nascosto in casa e ricercato dai tedeschi, durante l’occupazione. L’ho portata Roma prima che finisse la guerra; Roma era già stata liberata, mentre Firenze era sempre in mano ai tedeschi. Comunque, è stata pubblicata più tardi, su di un giornale per gli studenti, Intervallo. 

Ecco, le storie come questa erano incredibilmente elaborate e molto complesse… 

Il fatto è che ero più giovane e avevo meno pensieri, poi, con il passare degli anni l’entusiasmo è un po’ diminuito. 

Ma anche allora andaui a braccio… 

Sì, è sempre stato il mio modo di realizzare fumetti. Mi sono anche trovato nei pasticci, certe volte. Mi trovavo pressato dai tempi di consegna; la tavola doveva andare in macchina ed insieme a quella anche le tavole di altre storie che seguívo contemporaneamente. Io magari facevo confusione, non mi ricordavo neanche cosa avevo fatto nella tavola della settimana prima e, per far prima, non controllavo neanche. Ho cercato qualche volta di scrivermi o farmi scrivere prima una trama un po’ più particolareggiata e poi di seguirla, ma non mi sono trovato a mio agio. 

E come facevi a calcolare esattamente il numero delle pagine di una storia, che doveva concludersi dopo una quantità prestabilita di puntate? 

Quando arrivavo alle ultime 4-5 tavole, scioglievo i nodi della trama e concludevo la storia in qualche modo. 

Su Tam Tam Comix stiamo riproponendo le avventure di Baby Tarallo, un personaggio assolutamente dimenticato, ma che ci sembra il primo vero fumetto per adulti di jacovitti, precedente di molto al Gionnipeppe pubblicato da Linus o alle tavole per Playmen. Ce ne vuoi parlare? 

Sì, questo personaggio è andato avanti per un centinaio di puntate, ogni lunedì, per due-tre anni. Purtroppo non ne possiedo gli originali, anche se ho invece tutte le duecento tavole di Cocco Bill e degli altri personaggi stampati sul Giorno dei Ragazzi. Di Baby Tarallo avevo riavuto indietro solo una cinquantina di pagine sfuse, non in ordine, perché il resto era andato perso. Così un giorno sono andato a Roma, al Laboratorio del fumetto dove ho tenuto una specie di conferenza di fronte ad un centinaio di giovani (vergognandomi come un ladro, perché sono un po’ timido). Alla fine ho regalato le tavole di Baby Tara/lo ai ragazzi, con l’autografo. 

Sappiamo anche che quelle tavole, e altre di quel periodo, furono censurate, e non apparvero mai a stampa. 

All’ Azione Cattolica mi censuravano perché disegnavo delle donne troppo poppute e mi facevano togliere via i seni; sul Giorno mi hanno anche accusato di aver leso lo Stato perché avevo disegnato Cocco Bill sopra ad un cavallo a sei gambe con la scritta Supercavallomaggiore; sulla Domenica del Coniere se ne avevano a male se attaccavo troppo l’industria… Anche sul Radiocorriere non mi hanno fatto passare una vignetta che raffigurava un signore che guardava la TV con uno schermo tutto nero e con la scritta «Programma per i non vedenti». 

Anche gli stessi lettori ti hanno fatto da censori a volte, come nel caso delle storie pubblicate su Linus. 

Ma dirò di più. Quando sono venuto a Roma ho conosciuto tutti quelli che sarebbero divenuti in seguito dei grandi uomini di cinema: Fellini, Steno, Age e Scarpelli (che allora faceva anche lui il disegnatore), Metz… Io facevo il loro grafico nelle riviste satiriche che mettevamo insieme e che fallivano sempre dopo i primi numeri. In quel periodo ricevevo lettere cli partigiani che mi volevano ammazzare, e anche minacce telefoniche da fascisti. Per Intervallo ho scritto anche una storia dal titolo Battista l ‘ingenuo fascita, dove quel poveraccio di un personaggio, dato che dopo la guerra non lo voleva più nessun partito, si era rimesso la divisa con le conseguenze per lui nefaste che si possono immaginare. La storia non piacque ai lettori, che mandarono lettere di protesta, e mi costrinsero a farla finire bruscamente. Poi a Firenze, prima della liberazione, avevo anche disegnato due storie, Pippo e h guerra e Pippo e la pace. Erano le storie della guerra tra due nazioni, Gattonia e Topania, una a forma di gatto ed una a forma di topo. Per questo facevano la guerra. Bastò cambiare i confini sulle cartine, e far diventare sorridenti i due animali per provocare la pace. Allora non si poteva parlare troppo di nazioni reali, e per questo mi ero inventato degli Stati falsi.

L’interpretazione psicanalitica in chiave sessuale che F. Perrini ha dato del tuo simbolismo, ti sembra plausibile? 

A dire il vero anche Metz, prima di Pertini, aveva tentaio una simile interpretazione. Per quanto mi riguarda posso dire questo: quando disegno mi trovo davanti un foglio bianco, diviso in varie strisce. Dopo aver realizzato la prima vignetta, per non state con la matita in bocca, ad aspettare l’ispirazione, nella seconda vignetta disegno un salame, o qualcosa del genere. Ho pensato che alcuni disegnatori ripetevano sempre gli stessi oggetti, per es. Cavallo faceva sempre gli occhiali. Così mi è venuto in mente di imitarli disegnando dei segni di riconoscimento. Non uno solo, ma cinque o sei, così qualcuno li avrebbe notati. E questi segni sono sempre i soliti: sono pettini, rocchetti, dadi, puntine da disegno, vermi, macinini, piedi, mani che fanno le corna, pugni che escono dal terreno e che reggono dei vermi, api e naturalmente salami. 

Questi oggetti ricordano il sigaro di Segar… 

Sì, o meglio, il mio «sigaro» era la «lisca di pesce» che mettevo nei primi tempi in fondo alla pagina. Come sapete, a scuola mi chiamavano così perché ero molto magro. A volte ho anche firmato «lisca di pesce» per esteso, usando l’espressione come uno pseudonimo. Poi con l’andar del tempo la lisca di pesce è diventata grassoccia, perché la mia corporatura non è più quella di una volta. Ma una specie di firma delle mie tavole l’ho data anche quando ho cominciato a disegnarci dei salami. Me lo ricordo bene come è cominciata: stavo disegnando l’interno di una reggia. Per terra c’era un tappeto e mentre stavo disegandogli le pieghe avevo bisogno di un oggetto da sistemarglici sotto per giustificare quella determinata piega. Ci ho messo un salame ed ho visto che la sua presenta lì funzionava, riempiva bene. Poi un po’ della gente che leggeva le mie tavole ha cominciato a farmi domande sul perché qualche volta avevo messo dei salami per terra e sono stato spinto ancora di più a inserirli di proposito, dato che creavano curiosità. Poi mi sono stufato ed ho pensato a degli altri oggetti che diano l’idea di qualcosa che sbuca da sotto terra. Ho fatto un verme che faceva anche da commento, diceva anche qualche battuta ogni tanto, come il coro nella tragedia greca. 

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Created: July 9, 2011. Last updated: October 6, 2019 at 15:54 pm

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